Antonio Giannandrea, nato ad Atri (TE) il 22/03/1981. Dopo essersi diplomato al liceo classico di Roseto degli Abruzzi, è attualmente iscritto alla facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in discipline dell’arte della musica e dello spettacolo presso la terza università di Roma, dove risiede e vive. Ha all’attivo più di trecento componimenti poetici e svariati racconti alcuni dei quali pubblicati e vincitori di diversi concorsi letterari. Collaboratore della sezione cinema presso il sito internet dell’associazione culturale “Fonopoli”. Diversi suoi racconti sono stati pubblicati nel "Corriere di Arezzo e Provincia".
I testi sono stati depositati presso la SIAE.
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verso collettivo …
E fu così che il nostro mondo prese vita, ancor prima
che l’uomo ne acquisisse memoria, prima che un vagito
e un inno venisse rivolto agli dei del cielo e della terra,
che dai fulmini rei imparassimo il segreto del fuoco e
dalle acque il mistero del tempo che scorre, fu così che
piano a piano la diaspora umana colonizzò i continenti,
su di essi eresse le nazioni, le culture ed i riti per i morti,
dopo devastazioni e pestilenze, carestie e guerre senza
più fine ancora siamo qui che stringiamo mani e sogniamo
ad occhi aperti non luoghi e odissee su mari sconosciuti,
protetti, riscaldati, dal nostro benessere, eppure ciechi
alle grida e sordi ai corpi abbandonati, respiriamo a pieni
polmoni scarichi oleosi e vomitiamo parole, suoni e immagini,
come uragani estivi, tanto presi dal nostro essere ora, firmiamo
amare esecuzioni distratti dalla pioggia che batte sui vetri
oscurati dei nostri cervelli, imbottiti di cianfrusaglie e beni
di largo e poco consumo, aprire le porte di se stessi
ed accogliere il viaggiatore stanco o anche meno, fare
silenzio per udire ancora i sussurri della notte, ancora
ed ancora, non sono e mai saranno invano le nascite
ed i trapassi degli umani, anche se divisi per specie
e categorie c’è tanto che ci accomuna ed in questo
regno svuotato dall’interno non resta che rimboccarsi
le maniche, per pensare a come porre un rimedio
all’incoscienza e alla voluttà delle azioni e dei danni
che da queste si sono succeduti, il collasso della rete
è imminente, almeno reticente a fare incetta di tutto
per lasciare in eredità ai nostri figli proprio un bel niente.
Chiesi una volta quale fosse lo scopo tra di noi,
lo chiesi con gentilezza, quasi stesse la lingua
tremando, chiesi quale fosse la ragione per la
quale battevi i pugni contro il mio petto, lo feci
illudendomi che nel frattempo l’inferno si fosse
raggelato, chiesi, quando ormai eri girata di spalle,
il motivo del tuo sorridere, una canzone d’amore
indiana,mi dicesti, danzandomi attorno, piena
di colori, piena di vita, quello che può risollevare
le nostre sorti, il destino legato ad un passo,
e poi ad un altro, fin tanto che ti resse l’equilibrio
e quando poi cadesti a terra con il naso sporco
di polvere bianca, mi guardasti dritto in faccia,
dicendomi, ora tocca a te fare la parte del mimo,
nelle città popolate da spiriti ribelli palpitasti,
ed in quel frangente, tra la folla ti smarristi,
tornando dopo un poco, dopo quello schianto
tremendo con la testa sanguinante ed un bimbo
moribondo tra le braccia tue, madre, senza più fiato,
ed in quell’istante, s’arrestarono tutti per permettere
il tuo passaggio, chiesi, non ricordo oramai quando,
cosa volevi che facessi, non mi rispose nessuno,
ma da dentro avevo già riflettuto fin troppo,
un oceano o l’intero universo non sarebbero
stati abbastanza per contenere tutto quel dolore,
profondo e pesante nel suo incessante battere.
E fu così che dalle tenebre si ebbe la luce, le metafore
più belle della nostra esistenza, un affetto illimitato
e senza contrasto, il sapore di una ciliegia ed il profumo
del tamarindo, tutto lindo e pinto, il mantello che ci
avvolge in attesa di quella catarsi che ci riporti dal sonno
alla veglia tutt’altro che lucida, eppure splendida
è la speranza racchiusa nelle albe e nei tramonti,
nella concretezza di un sacrificio che è per sempre
che è fuggevole consapevolezza del passare
di uccelli migratori, di stagioni sempre verdi e in fiore,
come il salutare abbraccio di chi ti vuole bene
o nella solitudine che come un morbo ci tormenta,
e fu così che rapimmo anche i raggi al sole e ad alle stelle
tremanti il brivido di un sospiro, tra le nuvole in festa,
un vento nuovo si aspetta, che si alzi di nuovo la voce
e che ad un strepito d’aiuto non ci sia un chicchessia che tace.
RUMORI
MOLESTI.
Luca è un giovane che vive solo e
lavora a casa, scrive per un giornale on-line, ed esce di rado. Tutto ciò che
deduce dei suoi vicini lo fa dai rumori e dai fuggevoli incontri sul
pianerottolo. I suoi vicini sono
Magda, una studentessa che vive con il suo ragazzo Giorgio, che passano metà
del loro tempo a litigare e metà a fare l’amore ed un ragazzo, musicista di
professione, che tra una prova e l’altra, organizza festini, il suo
appartamento è sempre un via vai continuo, un porto di mare. L’unico punto in
comune tra i protagonisti è proprio il pianerottolo, una sorta di terra di
nessuno, in cui avvengono incontri e scontri.
Luca, come ogni fine settimana, è
stato a fare la spesa e porta con se una pesante busta piena di vivande. Davanti
alla sua porta si ferma per cercare le chiavi di casa. Luca non ricorda mai dove
mette le cose in tasca. Poggia la busta per terra e cerca bene nel cappotto e
nei pantaloni. Le trova ed entra. Chiude l’uscio con il piede senza guardarsi
indietro.
Il rumore della porta che sbatte
attira l’attenzione di Giuseppe, il musicista, che sbircia dallo spioncino sul
pianerottolo, in una perenne paranoia. In casa di Giuseppe, in cucina, un altro
suo amico, tale Antonio, sta preparando delle dosi di una sostanza non ben
identificata con fare certosino. Quando vede Giuseppe chiede:
“allora? Chi era?”
Questo risponde abbastanza
infastidito:
“Il mio vicino, un rincoglionito
… dove eravamo rimasti?”
Mentre si siede alza il volume
della radio. Si sente colpire forte la parete che hanno di fronte, come se
qualcuno tirasse pugni. Infatti il rumore arriva dal pugno di Giorgio che
voltandosi verso Magda dice:
“dovremmo chiamare la polizia”.
Con tono inferocito.
Lei ribatte: “dai lascia perdere,
non stanno facendo nulla di male”.
Ed allora lui ingaggia l’alterco:
“Per te nessuno fa mai niente di male”.
E lei, di getto “sei uno stronzo,
ogni cosa che dico è sbagliata”. Offesa gli tira un cuscino.
Lui si scosta evita il cuscino e si
allontana dalla parete concentrando ora l’attenzione su Magda e dimenticandosi
del baccano che nel frattempo scema.
“Ma dai amore, non dire così”
Si avvicina a lei in cerca di un
contatto ma lei si scosta. Lui non demorde, afferrandola con forza la bacia
forte e la trascina in camera da letto. Getta Magda sul letto e le salta addosso
facendo per la rincorsa sbattere la testiera
del letto contro il muro con una certa forza.
L’urto fa cadere un quadro
proprio nella stanza in cui Luca lavora e il quale con una sigaretta in bocca
sta scrivendo il suo prossimo articolo sul suo pc portatile.
Sobbalza per lo spavento provocato
dall’inaspettato evento. Si alza pacatamente per raccoglierlo e metterlo al
suo posto. Si sofferma diversi secondi cercando di mettere il quadro il più
dritto possibile e quando sembra avere trovato la posizione giusta, il muro
inizia a vibrare regolarmente sotto i colpi amorosi della coppia
dell’appartamento dei vicini. Lascia perdere.
Guarda l’orologio ed esclama:
“questo pomeriggio sono in anticipo”
Perplesso, accende la televisione
che passa un telegiornale e si mette ad innaffiare le sue piante affacciato alla
finestra. Sul pianerottolo intanto sono arrivati due ragazzi, un po’
alternativi, che indecisi bussano alla porta di Luca. La porta si apre e Luca
dice: “siii…?”
Con fare circospetto ed osservando
i due dalla testa ai piedi.
Il primo dei due risponde: “Me sa
che avemo sbaiato porta, ndo cazzo starà Peppe?”. rivolgendosi all’amico
con un vago accento romanesco.
Il
secondo dei due: “A me lo dici? Sei tu amico suo, no?”
Allora Luca con tutta calma si
intromette dicendo: “se state cercando Giuseppe è la porta alle vostre
spalle.”
“bella
fratè!”. Esclama il primo dei due.
“Non
c’è di che”, concerta, Luca.
Richiude la porta e torna al suo
daffare.
I due suonano da Giuseppe,
quest’ultimo da dietro la porta dice: “Chi è?”
Ed il primo dei due: “A peppe,
semo noiartri!”
Giuseppe apre la porta ed è tutto
un baci e abbracci e strette di mano all’ultimo grido.
I ragazzi entrano, la porta si
chiude mentre si apre quella della coppia. Magda si affaccia in accappatoio e
pantofole. Si osserva intorno ma non c’è nessuno. Richiude la porta e torna
in camera da letto dove c’è Giorgio in boxer e maglietta della salute
sdraiato sul letto. Lei si sdraia al suo fianco e dice:
“per il vicino dell’interno
13!”
“vorrei
proprio sapere cosa combinano sti deficienti”, attacca Giorgio.
E lei: “ma perché non ti fai gli
affari tuoi?”
“sono
affari miei, rompono l’anima dalla mattina alla sera!”Esclama con una certa
enfasi.
“sarei
curiosa di conoscerli”. Concitata.
“non
ti permettere sai!”. Minaccioso.
“io
faccio quello che mi pare”. Si permette di dire, lei.
Il tono si infiamma ed inizia una
furiosa baraonda a suon di urla ed oggetti infranti.
Da Giuseppe intanto i due ragazzi
concludono un affare a loro avviso vantaggioso, prendono della roba e ne
consegnano dell’altra.
Il primo dei due:
“a pe’ sta robba te schianta”
Giuseppe concorda e risponde:
“alla grande, non vedo loro di assaggiarla”.
Il secondo dei due: “nnamo su,
che è tardi, m’apetta mi madre”
Il primo dei due: “stamo annà,
numme stressà”
I due escono e scendono le scale in
fretta e rumorosamente mentre Giuseppe li saluta ed il suo amico, Antonio,
prepara due strisce del prodotto.
Il rumore attira Luca che poggia
l’innaffiatoio distrattamente, questo cade facendo una grande pozza d’acqua
per terra, la televisione è ancora accesa, si accosta alla porta per ascoltare
meglio, cosa alquanto ardua in quanto anche dalla casa di Giuseppe parte un
pezzo distruggi timpani che mischiato con le urla dei due e la tv crea una
confusione delirante. Si volta tornando verso la finestra. All’improvviso
silenzio. Tutto è fermo.
Ogni appartamento è come congelato
in attimi nel tempo e nello spazio.
Luca che mette il piede sulla
pozzanghera della acqua. I due che si stanno per tirare oggetti contundenti e i
due ragazzi che sono pronti a tirare la roba col naso.
Ogni cosa riprende il suo moto, Luca
scivola e sbatte contro la tv che cade e si rompe, gli amanti si colpiscono in
testa contemporaneamente e svengono, i due tirano così forte da andare in
overdose e crollano ai piedi del tavolo staccando la spina della radio che
ammutolisce.
Sul pianerottolo dove da una quarta
porta, esce una vecchina, che con un tono di voce abbastanza alto esclama:
“finalmente un po’ di silenzio”
Sospira, allarga le braccia per la
soddisfazione. Mentre Luca muore dissanguato, Giorgio e Magda si sono infilzati
mortalmente e Antonio e Giuseppe, in overdose, muoiono con il sangue che
zampilla copiosamente dal naso.
La vecchina, sistemato lo scialle
sulla schiena, rientra in casa
chiamando il gatto e chiudendosi la porta alle spalle.
FINE.
Antonio Giannandrea