Carla Piccioni è nata il 18.10.1968 a Roma. Svolge la sua attività di scrittrice con amore ed entusiasmo. Si dedica con zelo all’insegnamento dei valori della vita. Attualmente scrive poesie e racconti brevi riproducendo le piccole e grandi cose con una modestia e un’esuberanza ineccepibili.

I testi sono stati depositati presso la SIAE.

 

Scrivere è

 

Scrivere è

Aver fatto un sogno.

Scrivere è

svegliarsi impazienti di raccontarlo.

Scrivere è

Far volare l’anima in una bolla di luce, respirare piano affinché non esploda.

Scrivere è

meravigliarsi negli occhi di chi canta la vita.

Scrivere è

un’altra adolescenza.

Scrivere è

Annullare le diversità.

Scrivere è

comprimere le emozioni, dargli un paio d’ali per volare lontano.

Scrivere è

aspettare il buio e nasconderlo nel cuore.

Scrivere è

Sbagliare, avere paura, sbalordirsi, sognare invano, conoscere anche lo squallido, assurdo inferno.

Scrivere è risvegliarsi e coprirsi di neve.

Scrivere è

pagare per un errore.

Scrivere è tornare dal buio.

Scrivere è giocare con un rimpianto.

E ancora… Scrivere è…

Aspettare che arrivi un angelo ad accarezzare le dolcezze e i  suoni che ti porti dentro.

Scrivere è

saper aspettare il momento giusto.

Scrivere è

anche questa canzone.

Scrivere è gridare la libertà.

Scrivere è

Vedersi andar via e ritrovarsi fra le parole, fra i se e i ma di un incubo colorato d’azzurro.

Scrivere è

Tutto quello che profuma d’amore, di amicizia,

Scrivere è

ripararsi da un sanguinoso temporale.

Scrivere sono io, sei tu, siamo tutti. E’ la vera storia di chi

vuole rimanere nella luce

 Scrivere è quel treno che  arriva dritto al cuore.

 

                                                             

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IL VIAGGIO


STORIA DI DUE COMPAGNE CHE SCENDONO NELLE VISCERE DELLA TERRA

 

 PER CAPIRE IL DOLORE

 

Non so dirti dove ho trovato il coraggio per scrivere anche questa storia. È da molto che avrei voluto raccontarla. Sicuramente il tempo passa non a caso e adesso che ho conosciuto uno degli angoli dove dimora l’eterno non posso non raccontare tutto questo a te,  con nuovi occhi, anche con i tuoi occhi. 

Testimone o no del mondo, lo scrittore registra, elenca, suda emozioni nello spazio di un istante, ripercorre veloce i sentieri della vita, spalanca grandi occhi sul mondo e, accennando un sorriso, guarda ancora una volta l’orologio pensando che è arrivata l’ora di andare a dormire.

Vorrei narrarti un fatto. Un fatto è qualcosa di realmente accaduto, che se vuoi puoi scegliere di non raccontare o di camuffare. Puoi nasconderlo nella scrittura, puoi dirlo a metà. La scrittura ti permette anche questo. Ma attenzione a non rovinarla col gioco disattento del caso.

Ornella, vorrei raccontarti questa storia senza filtri, senza porre tra me e te nessun muro affinché tu possa, da queste poche righe, trarne un qualche giovamento e soprattutto il pensiero, tutto umano, che a soffrire non si è mai soli.

Potrei iniziare col dirti che avevo vent’anni.

Avevo letto la Divina Commedia, avevo imparato a memoria il ritmo della sana poesia, avevo sostenuto due esami all’università, avevo un amore.

Oggi, riflettendo ancora un po’, di queste poche cose che ti ho menzionate, ne vorrei non  ricordare soltanto una: l’ultima. Ecco perché non te ne parlerò affatto.

Posso dirti che da quell’ amore  in poi la mia vita ha preso un altro corso. Brutto in verità, e che c’è voluto solo un vero grande amore per rimettere le cose a posto.

Così, se vogliamo salire sul treno, amica cara, partiremo dal secondo scompartimento.

Eviteremo la noia acerba di un falso amore che per essere chiamato anche solo tale, rende troppo poco l’idea di quello che è stato davvero.

Siediti comoda e controlla il biglietto. Andata e ritorno naturalmente. Scompartimento fumatori, rispetto i tuoi pensieri amica, condividerò con te le tue abitudini.

Che è il treno giusto te lo confermo io, so bene dove stiamo andando, dove ti porterò per  raccontarti questa storia. Ti presterò anche la mia fantasia così che potrai vedere le cose anche un po’ con i miei occhi.

Ti dirò che non è una favola, che non muore nessuna bella addormentata e che nessuna bella fanciulla bacia il suo ranocchio.

Non ci sono grilli parlanti, non ci sono lampade magiche, non ci sono eroi.

Dunque amica cara, mettiti comoda che partiamo.

Ornella, sto prendendo tempo. Non è facile dirti dove ti condurranno questa volta i miei ricordi dal momento che… trascorreremo un po’ di tempo, spero il meno possibile, giù, al centro, nel nucleo, nelle viscere. Si Ornella, ti porterò proprio lì,  lo hai capito! Ti porterò nella più crudele parete dell’inferno. Non ti dirò quanto ci vuole per arrivare, non ti parlerò del Conte Ugolino e  della sua prole, non mi soffermerò su nessuno. Ti dirò invece che l’inferno non è un cono. O meglio, da quello che ho visto io può sembrare un luogo qualunque, purché vi sia buio, dolore e morte. Per entrare non serve passaporto, basta essere, nudi o vestiti, semplici esseri umani. Ma ricorda, per risalire basta pensare a quando eravamo bambini, ritrovare quella memoria che sta a volte, ormai, nel più misero angolo del nostro cuore, a contatto della nostra più inviolata intimità.

Ti porterò a visitare come ci si perde e come ci si ritrova. È questo il succo della mia storia.

Come si prova ad evitare il male dopo averlo conosciuto. È questo il senso della mia paura.

Ti condurrò per mano attraverso la via stretta affinché non ti incastri una volta risalita in cima.

Ti chiederò di non bere l’acqua dell’immortalità perché genera solo confusione e morte. Ti chiederò di non cogliere il frutto della dimenticanza affinché tu possa ricordare per sempre il viaggio fatto insieme.

Ti mostrerò un colle ed una siepe chiedendoti di rifletterla nella nostra immagine affinché nessuna lonza o felino ti riduca il corpo a brandelli. Basterà il nostro coraggio, la tua  coerenza.

Ora sappi, amica mia, che vedremo tutto e quel che c’è di più da vedere scendendo in fondo alle mura, per quel sentiero stretto e arcano che si chiama dolore. Ma non ci soffermeremo di più di un attimo, quell’immenso attimo per averne paura, per provarne dissenso, per non morire in seguito nell’angoscia, nel respiro confuso del dubbio. Basterà allora prendere consapevolezza che si può lottare contro la paura, che si può guardare nel pozzo umido e opaco della solitudine. Vedremo allora tutti li poeti che hanno scritto il mondo, che scrivono, non quelli che scriveranno, perché una volta risaliti in suso, capiremo un’altra poesia, scriveremo un altro senso.

Capiremo allora, oh amica cara, che per vedere tutto questo non basta il coraggio, non basta la perdizione, non è utile la santità. Basta vivere male. Basta l’indifferenza, basta viaggiare nell’indifferenza. Non basta la morte, perché nella morte del corpo e dello spirito non si conserva la libertà. Non basta il rimpianto perché non è nel vuoto pentimento che si decifrano i colori. Non basta, non basta la paura per contrastare il coraggio.

Adesso sai, amica mia che per scendere all’inferno non basta salire su un treno evitando il primo scompartimento e che per risalire ci vuole l’amore, l’amicizia, il respiro della libertà.

Basto io, basti tu.

Basta il coraggio di vivere oltre l’apparenza. Basta tendersi la mano per rialzarsi dopo la più

desolata disperazione. Basta il tuo sorriso, il tuo permesso per allargare le braccia conserte dell’abbandono.

Adesso amica mia, se vuoi, possiamo riprendere il nostro treno. Adesso che ti ho raccontato la storia, che ti ho aperto il mio cuore, che sai cosa devi evitare nelle notti buie e senza coraggio.

Adesso amica, che aspettavi una storia come tante, la mia storia fantastica, te ne ho raccontata una più vera. Adesso sai che dopo questo viaggio, si può andare insieme ovunque. Potrai allora, anche tu,  portare alla tua gente la certezza che per vivere ci vuole coraggio, il coraggio di un attimo in cui, chi dimentica, può continuare a sperare!

Grazie Ornella!

 

 

 

 

IL TUO AMICO SPUNK

 

Spunk era il tuo cane. Lo portavi dovunque. Dovunque ti faceva compagnia. Salivi in macchina con lui nel primo mattino, prendeva la tua prima carezza e col musetto bagnato ti dava il suo primo buongiorno.

Spunk era felice di essere tuo. Compagni instancabili di giornate lunghe o brevi, a seconda dei tuoi turni in ufficio. Ti vedeva tornare a casa e con gli occhi euforici di chi ama per sempre, ti leccava la manocome un benevolo saluto. Non provavi dissenso, solo mani piene di gioia, di quell’ entusiasmo che sale dall’anima e vola dritto dritto dalla luce  giù,  fino  infondo al cuore.

  Ricordo quando lo vidi per la prima volta. Ringhiava a tutti ma… strano! A me no. Forse il tuo Spunk sapeva del mio amore per gli animali, della mia gattina Nuvola trovata dopo una notte di temporale. Spunk sapeva di Libby:  l’animaletto che avevo visto sul terrazzo simile a un  grillo che per tre giorni consecutivi rimase tra le mie piante. La fotografai, riuscii anche   ad accarezzarla e ora dorme nei miei ricordi,  tra le tante foto dei miei momenti belli, fra le lenzuola del mio grande amore per la vita.

  Spunk  sapeva anche della mia voglia di avere un cagnolino in casa, proprio come lui che mi avrebbe dato il buongiorno con la coda sventolante il nome della fedeltà, con l’allegria del saluto.

Spunk…  non so adesso dove sei adesso.

Sei nell’erba alta, sei le foglie degli alberi,  il fruscio dei campi di grano, la meraviglia di un tramonto che si ripete. Sei nelle case di campagna, vivo, più vivo di ogni ricordo, sei nell’estate, quella calda estate in cui, a lui, al tuo dolce padrone, hai dovuto dire addio. 

Lui ti accarezzò, frenò la mano, sentì un dolore al petto, lama tagliente di chi si rende conto che è finita la vita e che non ce n’è un’altra, o almeno un’altra subito o solo la stessa vita, per accorgersi che si può ricominciare insieme, ci si può rincontrare, rifare tutto da dove ci si era lasciati, o anche, tutto daccapo.

 “”Il tuo cane non ce l’ha fatta!””

Non so Spunk se mi senti, se mi vedi, so solo che senti, vedi e ascolti il lamento del tuo padrone, il tuo più grande amico, il tuo compagno di giochi, il tuo tesoro da custodire.

Una volta mi spiegò che tu, avvicinandoti agli umani, ringhiavi, forse per paura o solo per dire: “guarda che accanto a lui ci sono io!”

Ora c’è silenzio nella casa dei miei vicini. Oggi, almeno per oggi, non arriveranno le solite risate e non ti vedrò litigare per la tua ciotola d’acqua con la mia gattina.

Oggi nel cuore del tuo padrone c’è dolore, quello stesso dolore che in forma diversa, ma non meno intensa, ha stretto il tuo cuore per sempre e ti  ha restituito al giardino dei tuoi simili.

Non ti vedrò più Spunk, ma nelle notti in cui la luna guarderà quella parte del mondo con maggiore intensità, ti vedrò volare su una stella con la coda mossa dal vento mentre scavalchi la luce e viaggi verso un altro tempo .

Ti vedrò tramutarti in fiore,  in uccello, in ippogrifo o in angelo alato. Non ti vedrò più insieme a lui, come quando, con la fedeltà dell’anima, ricevevi il suo sguardo.

Allora, pensando a te, Spunk, ti dirò di abbaiare con quanto più fiato hai in gola per gridargli di avere coraggio!  

 

                                          Ciao Spunk.

   

Alla fine di questa storia, mi guardo intorno, fra le mie cose, nelle mie debolezze e trovo una disperata ma forte voglia di vivere. Penso ancora a Spunk e vedo tutti i cani del mondo con la

coda sventolare saluto e fedeltà. Non chiedetemi come ho fatto, è così e basta, poi, poco più in là vedo un’autostrada e un cucciolo di sambernardo ciondolante  dalla fame e dalla paura.

  Lui, meno fortunato di tanti altri e cresciuto troppo in fretta ha svolto il suo compito: ha dilettato per qualche giorno il tuo bambino.

  Si, a te, dico a te, a te che lo hai abbandonato al ciglio della strada e lo hai reso muto per sempre. Allora ho preso io la forza  di gridarti tutto il mio dissenso, tutta la mia robbia, tutto il

  suo dolore, mentre ti allontani fiero con la tua automobile più leggera, con un peso in meno e un motivo in più per continuare la tua vacanza. Sappi, allora, che devi riflettere almeno solo

  per un attimo e capire che gli animali non sono canne al vento o soprammobili da mettere ora in un posto ora in un altro, non sono neanche giocattoli da riempire le ceste dei bambini e

  svuotare come tasche da ripulire.

  Gli animali sono il nostro sollievo, tutti, e tutti in modi diversi. Gli animali sono le nostre necessità, i nostri momenti importanti.

  Adesso, adesso che hai riflettuto, se puoi, esci al primo casello e ripercorri la strada. Troverai il tuo cane dove l’hai lasciato, con gli occhi pieni di lacrime e di paura, tremante al rumore

  dell’autostrada, prendilo tra le mani e senti quanto, a morire d’amore, ci si sente soli!